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Cartolina da un altro mondo 1

Back again… (Ritornato…) Sulla pista dell’aeroporto di Entebbe, nel buio della sera equatoriale, i passeggeri che si affrettano verso l’ingresso del posto di polizia per il controllo dei passaporti sono solo ombre. Davanti a me si para all’improvviso un omone che indossa la pettorina gialla degli addetti aeroportuali. Del suo viso distinguo solo il bianco degli occhi. Ha in mano un cartello con un nome scritto a penna “Dr. Augustino”. Rimango un istante sorpreso, il tempo di dire “I’m Dr. Agostino” che quest’omone sorridente e cortese mi porta dentro, mi dirotta verso il cancello dei “resident”, evitandomi la coda dei semplici turisti e un momento dopo mi porta su un carrello le mie valigie. Mi invita a seguirlo e mi ritrovo nell’abbraccio di un altro omone sorridente e cordiale che, però, conosco bene. È Quirino, il mio autista di Kampala. Nel tempo in cui prima facevo la coda alla dogana, questa volta sono già in auto diretto all’albergo: ormai sono davvero un “resident”. Quirino è sempre avido di notizie sull’Italia. “Today in Italy it’s election day, doctor” attacca. “Yes, Quirino” bofonchio. “And Mr. Berlusconi?” mi fa allegro. “And Mr. Museweni?” ribatto allegro. Si fa una gran risata, mentre guida nel tunnel nero della strada che porta a Kampala, attraversata da pazzi che rischiano la morte ad ogni passo e percorsa da altri pazzi che, complice la guida a sinistra, mi sembrano sempre destinati a finirci contro. Ci mettiamo a parlare del tempo, della siccità, della guerriglia al nord e della Karamoja: è meglio, sono in Uganda e non mi frega niente di quello che sta succedendo in Italia. Ci penserò al ritorno e mi basta. Sono allo Sheraton. Ho voluto concedermi questo lusso per capire che cosa possono comprendere dell’Africa coloro che vengono a guardarla da posti come questo. Ho potuto farlo, tanto non presenterò rimborso spese. Dal nono piano mi guardo la città che sembra un presepe. Il suo respiro profondo è un brontolio incessante, di tanto in tanto interrotto da tuoni in avvicinamento. Il profilo di basse colline irte di case si illumina a intermittenza per la luce abbagliante dei lampi che disegnano in cielo grandi nuvoloni contro un cielo spettrale. Poi incomincia a piovere con la violenza di un mitragliamento e cortine d’acqua si mettono a drappeggiare l’aria nei coni di luce dei lampioni. Sorrido a me stesso sul piccolo terrazzo sferzato da un vento pesante di umidità, e da gocce che sembrano proiettili: fuochi d’artificio e festa per il mio ritorno? Dormo non più di tre ore. Si riparte per Matany. Quirino è puntuale come sempre. L’alba è grigia, livida. È l’alba, diluvia, ma il traffico è già caotico. I molti pedoni, i ciclisti e gli scooteristi si muovono sotto l’acqua con totale indifferenza, anche per i rischi che corrono di farsi arrotare. La strada per il campo di volo di Kajansi è un fiume di fango rosso e le povere case e capanne che le fanno ala sembrano ancora più misere e precarie sotto il temporale. La pista di atterraggio si sta trasformando in un acquitrino, ma tiene ancora. Siamo in sette sotto la solita tettoia dove ci si pesa con il bagaglio sulla vecchia pesa persone che ormai credo non abbia più voglia di dire la verità su chi e cosa vi monta sopra. Chiedo al pilota, uno svizzero solido e gioviale, se partiremo. Dà un’occhiata al cielo che sta virando dal grigio fumo di Londra al color catrame, guarda la pista semiallagata e quando mi aspetto che dica no, dice, a sorpresa, sì. In effetti poco dopo si parte, mentre le colline attorno sono squassate dal vento e le loro cime sono avvolte da festoni di nubi. Si decolla come fossimo su un idrovolante, schizzando acqua a più non posso, con il riscaldamento della cabina al massimo e sobbalzando come su un motoscafo. “Dio, come mi piace” dico a me stesso “dove si trovano più posti e personaggi come questi?” Respiro a fondo, do un’occhiata alla terra che rimpicciolisce e mi faccio una sorsata di vita. Una virata stretta, con le ali quasi perpendicolari al suolo e poi verso il nord, la Karamoja, Matany…e all’orizzonte si vede già una striscia di azzurro. Back again, bentornato.

Agostino Gaglio

 

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