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Attraverso l'Uganda (I° parte)

Parto all’alba. Damiano mi passa a prendere con il suo fuoristrada-ambulanza. È ancora buio. Nei frastagliati campi di cielo lasciati liberi dalle nubi non si vedono che poche stelle. Per gran parte della notte, come già il giorno precedente, è piovuto. Speriamo che la pista verso Iriri e il sud non sia troppo malandata. I fari tagliano l’oscurità. Matany è già sveglia e presto ce la lasciamo alle spalle insieme alle ombre dei suoi abitanti, sentinelle immobili al nostro passaggio di un nuovo giorno già vecchio e lenti viandanti dai gesti misurati verso un destino scontato. Dietro il Moroto la luce si sta facendo largo in un groviglio di nuvoloni più neri che grigi e dipinge il cielo di un viola-porpora che fa sperare. Damiano guida veloce sulla pista il cui fondo è più che passabile; solo in alcuni punti appare scavata da solchi profondi e fangosi e, a tratti, l’argilla rossa di cui è impastata diventa scivolosa come una saponetta bagnata. Recitiamo una breve preghiera che suona dolce nel silenzio in cui il brontolio del motore sembra un tuono lontano: che il cammino ci sia facile e libero da ostacoli e pericoli. Sulla nostra sinistra il sole nascente ci rivela il massiccio del Napac. La savana è un mare verde-azzurro increspato dalle macchie di boscaglia e una fitta coltre di nubi che segna l’orizzonte sembra la schiuma di onde da cui i poderosi fianchi della montagna si alzano come alte scogliere. Le ombre si accentuano nel contrasto di luce del giorno ormai arrivato e prima di Iriri l’umidità della notte ci dà un ultimo saluto coagulandosi in un velo di nebbia. Iriri, il cancello della Karamoja sulla strada che stiamo percorrendo verso sud. L’attraversiamo in una specie di sinfonia pastorale il cui spartito è suonato dai muggiti di mandrie e dal belare di greggi che giovani armati di lunghe verghe e con un controcanto di secchi richiami spartiscono al nostro passaggio. Sciami di mosche e insetti li seguono accendendo riflessi di ali nell’aria, mentre lente teorie di contadini avvolti nei loro ananga scuri si avviano verso i campi appena accennati sui bordi della savana. Passiamo oltre e, subito dopo, la cima di un dosso mi regala un’immagine che colpisce il mio cuore con la forza di un pugno e la dolcezza di una carezza. Resto senza fiato a fissare una pianura che si perde oltre i confini della mia immaginazione, verso orizzonti che si dissolvono nel cielo, ombreggiati da monti azzurri dai nomi noti, Kadam, Elgon, ma sempre mutevoli di aspetto come l’emozione che mi scoperchiano dentro. Il cielo è sereno, di un azzurro quasi blu: Damiano ed io ci sentiamo sereni. Non parliamo, ma mi basta guardare il suo profilo fisso sulla strada che si perde davanti a noi come una lancia scagliata nel ventre della pianura per intuire un accenno di sorriso e una rinnovata pace interiore. Anch’io, quando torno a guardare davanti a me, sento l’abbraccio della sua pace che mi rassicura, come se nulla al mondo potesse più turbarmi e ferirmi, come se mi sentissi pronto. Ormai siamo in terra dei Teso: cambia il paesaggio, meno aspro, più campi coltivati, villaggi dal volto meno selvatico, che sbadigliano di una tranquilla vita contadina. Soroti, già una città. Un aeroporto, persino una scuola di volo. Asfalto, anche se a volte approssimativo e consunto dall’incuria, incroci stradali con una presunzione di aiuole spartitraffico e attorno, a perdita d’occhio, le paludi impennacchiate di canne e papiro dell’immenso Lago Kyoga. Svoltiamo verso ovest-sudovest, verso Lira. Il terreno si increspa in dolci colline dai fianchi allungati e morbidi dove campi coltivati e ampie macchie di foresta contrappuntano in un clima di evidente ricchezza e fertilità del suolo. Sembra tutto bello, complice il sole che fa risplendere il verde dilagante attorno a noi di riflessi smeraldini, ma questa è terra d’Africa, è l’Eden in cui sempre striscia il serpente. “Non più di tre anni fa gli uomini di Kony giunsero alle porte di Lira – mi racconta Damiano – la città era invasa di profughi e attorno non c’era che saccheggio, massacri, sangue. Sembrava che non avrebbero incontrato ostacoli” Ora mi sembra impossibile che quelle vie affollate di gente che si ammucchia attorno a bancarelle sommerse di prodotti agricoli, scandite da negozi che espongono ogni genere di merce siano state il palcoscenico di una incombente tragedia…

Agostino Gaglio

 

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