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Attraverso l'Uganda (II° parte)

…e il viaggio continua, da est a ovest, attraverso l’Uganda, la “perla dell’Africa”, come la chiamavano gli Inglesi e come doveva essere nel cuore del vecchio Winnie Churchill che la considerava come la più cara delle terre africane dell’Impero. Corriamo verso la pianura del Nilo che corre parallelamente a noi nel suo corso senza tempo. Qui si chiama ancora Vittoria e va a sposarsi con il Lago Alberto. Poi sarà Nilo Alberto e poi Bianco e poi, dopo il crocevia di Khartoum e il suo nuovo matrimonio (…ma qui la poligamia è di norma!) con le acque fresche e irruente di quello Azzurro che scende dai monti etiopici, sarà “semplicemente” il Nilo del mito e della storia che abbiamo imparato a conoscere con l’Antico Egitto. Il paesaggio si spalanca in una vastità mozzafiato. La boscaglia poco a poco cede alle suggestioni letterarie di un ragazzo che leggeva Hemingway e le “verdi colline d’Africa” sono lì, sotto i miei occhi, punteggiate di ombrelli arborei, di palme, coperte da un tappeto di erba alta e grassa che fluttua come lunghe onde sotto la carezza di un vento leggero. Il cielo sopra di noi è un gregge di piccole nubi bianche che corrono in una prateria blu come i miei sogni di adolescente, sogni a cui non ho mai rinunciato e che ora il destino generosamente ripaga di tanta ostinazione facendoli veri. L’orizzonte più lontano è un’arricciatura di montagne grigio-azzurre che si chiamano già Congo e tra noi e loro quel grande nastro, che sembra una lamiera argentea zigzagante pigra, si chiama Nilo. Le colline sono già pianura, ma la pianura è ancora un dolce sussulto del terreno che fa eco al sussulto del battito del mio cuore. Mi chiedo quante Uganda ho visto in quasi otto ore di viaggio. Mi risponde Damiano. “Sembra impossibile che in uno spazio tutto sommato così piccolo, se paragonato alla vastità di un intero continente, si siano concentrate tante etnie e tante lingue diverse, quasi che questo Paese fosse il crogiolo dell’Africa. E sembra che la natura abbia voluto dargli la ricchezza e la bellezza di un Eden, anche accessoriato di serpente, anzi, di serpenti e di molti…tipi ” È vero. Sto viaggiando in una terra di straordinaria bellezza dove il suolo sembra possedere la fertilità di una mitica età dell’oro, dove l’assenza di grandi massicci montuosi al suo interno favorirebbe la creazione di una rete di comunicazioni facili per sviluppare contatti e commerci, dove l’agricoltura praticata con metodi moderni potrebbe non solo bastare per il bisogno interno, ma diventare una lucrosissima fonte di prodotti da esportazione…invece. Invece siamo oltre Jinja, dove c’è una diga che dovrebbe produrre energia elettrica sfruttando l’acqua del Nilo nascente, ma di cui hanno sbagliato i calcoli (!) così che spesso manca corrente anche a Kampala, e stiamo percorrendo una strada, che sembra piuttosto una pista, a fianco della quale ce n’è una quasi pronta, solo da asfaltare. Chiedo a Damiano “E questa? Che aspettano?” Damiano alza le spalle. “I cinesi che la costruivano hanno gettato la spugna. Non ce la facevano più con i costi: le tangenti da pagare erano troppo alte!” Penso a quei sotuttoio di casa nostra che pontificano sul come si devono fare le cose qui in Africa, ignorando o fingendo di farlo che le moltitudini povere e bisognose saranno pure nipoti di un colonialismo spesso sfruttatore, ma sono anche figlie legittime di presunte élites politiche locali e di governanti incapaci o/e corrotti, purtroppo con la collusione tacita o manifesta di grandi istituzioni e governi del Mondo “ricco”. Guardo l’Eden e sento strisciare uno, mille serpenti, guardo il Cielo e non trovo risposte, guardo dentro di me e trovo che il tanto che vorrei fare non trova forze e capacità adeguate. Damiano mi chiede se va tutto bene…lui sembra “sentirmi” sempre e intuire. Dico di sì, devo dire di sì perché quel sì è una speranza e chi sogna non può che sperare. Arrivederci a domani, Uganda, buona fortuna a te e a me, a tutti noi.

Agostino Gaglio

 

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