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Cartolina da un altro mondo 3

Awuasia in karimojong significa tensione, insicurezza. Me lo spiega Damiano, mentre facciamo due chiacchiere seduti nella sala comune della Guest House. È sera, quasi le ventitre e Damiano mi è venuto a trovare. Ero solo, stavo leggendo, il suo arrivo mi ha fatto piacere. Fuori, la notte è stranamente silenziosa, poi all’improvviso alcune raffiche. “Non sono kalashnikov” dice Damiano con l’aria di uno che ormai è diventato un esperto. “Questi sono di mitragliatrice pesante. Sono i soldati” continua. “E perché sparano?” gli domando. Alza le spalle. “A volte solo perché si sentono minacciati. A volte solo per fare sentire la loro presenza. A volte perché attaccati. Qui si spara sempre, troppo” dice con un po’ di rassegnazione. Altre raffiche. “Eppure, rispetto alle mie venute precedenti, mi sembra che si spari di meno, almeno fino ad ora” dico con un ottimismo poco convinto. Damiano fa una smorfia di negazione. “C’è awuasia” la parola schiocca come una sentenza oscura. “Significa tensione, insicurezza” spiega al mio sguardo interrogativo. “In giro c’è poca gente; non si sentono canti, alla sera, né le solite grida e discussioni tra ubriachi e poi…si spara, si spara, più di prima: in giro ci sono un sacco di pallottole” continua, caso mai non avessi capito bene. “Come mai?” chiedo curioso. Altre raffiche. “Il governo. Il governo lascia fare…i soldati che adesso sparano sono quelli che si vendono armi e pallottole…non interessa a nessuno cosa succede qui…solo iniziative di facciata, un po’ di fumo ogni tanto. È utile per chi governa avere di questi focolai di disordine, come la guerriglia nel nord” “A proposito, e l’Esercito del Signore di Kony?” chiedo. “Mezzo sbandato. Ora sono soprattutto bande di suoi guerriglieri che fanno i banditi, schegge incontrollabili. In un certo senso era meglio prima” Nei suoi occhi un velo di rassegnato sconforto, ma solo per un istante. “Insomma, non se ne viene mai a capo…” ribatto anch’io sconfortato. Damiano mi sorride, aperto, sereno, forte di nuovo, come sempre. “Ci vuole tempo, pazienza, fede…i tempi di Dio non li conosciamo, dobbiamo assecondarli” “E anche i disegni…” aggiungo. Damiano mi guarda dietro le lenti scure dei suoi occhiali. “Le spiegazioni che possiamo dare di ciò che accade in questo mondo mi sembrano sempre più insufficienti. Le avremo, un giorno, da qualche altra parte?” continuo, anche se vorrei da lui una rassicurazione che non viene, che non può arrivare. “Tutto sembra così inspiegabile…l’amore come l’odio, i gesti di pace e quelli di violenza. L’uomo è capace di tutto e del contrario di tutto. I Soloni che sanno sempre cosa dire, che hanno spiegazioni e sentenze sempre pronte non li reggo più…a dire la verità aumentano di continuo le cose che non reggo più…” concludo. Damiano continua a guardarmi e mi fa un sorriso dolce e sardonico, uno di quelli suoi, che ti parlano e ti dicono cose che capisci dopo. Awuasia è il ragazzo sparato che è arrivato da Iriri. Un raider cui è andata male. La pallottola gli è entrata nella regione epatica e gli ha fottuto un pezzo di fegato, poi gli ha bucato lo stomaco, il grosso intestino, il diaframma e infine il polmone sinistro. È ancora vivo. Erik e James lo hanno rappezzato e adesso è lì che si lamenta agitato e vaneggiante. La madre, vestita in abiti karimojong lo assiste, come farebbe una delle nostre. Guarda con un misto di timore e curiosità infermieri e medici che si stanno affaccendando attorno a suo figlio. Il ragazzo è assistito grazie ad apparecchiature donate da Wecare, concentratore di ossigeno, pulsiossimetro, pompa infusionale e questo mi riempie di orgoglio perché i nostri soldi sono diventati una concreta speranza di vita. Ma non posso non pensare che i nostri sforzi, se coronati da successo, serviranno quasi certamente a rimettere in piedi questo ragazzo in modo che possa vendicarsi di chi lo ha ferito oppure farsi ammazzare. Awuasia è anche la mia rabbia, la mia frustrazione, la mia impotenza. Poi penso al sorriso di Damiano, ai tempi e ai disegni del Signore che non conosciamo…così sia.

Agostino Gaglio

 

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